NAPOLI: REGINA DELL’ARTIGIANATO E PREDA DELLA CONTRAFFAZIONE. COS’È SUCCESSO?

“Nella omologazione portata dalla ‘globalizzazione’, la maestria espressa dagli antichi mestieri è da salvaguardare al pari delle opere d’arte.” 

Non sono le parole di un economista o un sociologo, ma di Carla Fendi, una delle figlie del noto brand di moda italiano.

La conservazione della conoscenza, intesa come trasmissione del “saper fare”, da sempre è uno strumento fondamentale per il mantenimento delle radici culturali e la differenziazione artistica.

Si tratta di artigianato cari lettori, e noi abbiamo una lunga storia che lo racconta.

La stessa moda italiana, esportata e famosa in tutto il globo, ha le sue fondamenta nella conoscenza artigianale e l’evoluzione che è seguita.

Ma non voglio perdermi in lunghe parentesi che mi allontanerebbero dalla questione principale: la profonda conoscenza artigianale del nostro territorio e la sua deriva.

Per territorio intendo Napoli e l’intera regione, una culla di conoscenza e creatività che, inevitabilmente, è stata per molto tempo etichettata come sede principale della contraffazione.

ARTIGIANI DA SEMPRE

Ogni territorio possiede la sua “conoscenza”, quel peculiare prodotto che lo contraddistingue; oggi si parla di ECCELLENZA, una parola divenuta regina quando si tratta di localizzazione; ebbene, sono state e sono ancora importanti le eccellenze, in un sistema liquido che annulla le distanze, ma paradossalmente, ci allontana dal nostro stesso quartiere, a volte.

Quando fu progettato l’Albergo dei Poveri a Napoli, commissionato da Carlo VII di Borbone all’architetto Ferdinando Fuga, l’edificio rientrava nel nuovo piano edilizio che avrebbe dato un alloggio alle masse di poveri che abitavano la città.

I lavori furono poi sospesi nel 1751, per essere ripresi nel 1826. Senza cambiare, tuttavia, l’obiettivo sociale del progetto.

Ed è proprio l’Albergo dei Poveri che raccolse tutte le conoscenze artigianali e manifatturiere della città per istruire i giovani che non avevano un mestiere: una vera e propria scuola di formazione con risultati, talvolta, anche superiori alla media (per approfondire clicca qui).

La produzione fu impressionante e la diversificazione dei prodotti avveniva grazie alle conoscenze raccolte in tutte le zone del Regno: i coralli e i cammei, la sartoria, la lavorazione del cuoio e delle pelli, la lana, e tante altre opere artigianali.

Questa digressione storica intende far riflettere sulle nostri basi culturali e sull’importanza della trasmissione del sapere, motore imprescindibile di un meccanismo produttivo, ancora oggi.

SONO CRESCIUTA IN FABBRICA

Io sono cresciuta in fabbrica, con mamma e papà. Produciamo borse di pelle da sempre, per quanto io possa ricordare.

L’odore delle borse, i residui di cotone sul pavimento, i rumori degli attrezzi e il vociare energico dei lavoratori, hanno rappresentato la cornice fisica della mia esistenza.

Non ho mai associato la produzione di borse all’alienazione da catena di montaggio o ai racconti sulla freddezza delle aziende, o ancora, all’industria in cui i nomi non contano. Al contrario, ho sempre vissuto quei grandi stanzoni caldi come la mia stessa casa, come la mia famiglia.

Ed è lì che io vedo, tocco e respiro l’artigianato, la conoscenza del saper cucire, fare e disfare. Spesso chiedo a mio padre di raccontarmi com’era prima e una volta mi ha risposto: “come adesso, ma senza cellulari che suonavano”.

E POI ARRIVO’ IL LUPO

Semplificando potrei scrivere: quando qualcuno è bravo a fare qualcosa, lavora di più. Quando il lavoro arriva dal malaffare, guadagna di più. Quando si tratta di una città precaria, questo meccanismo diventa risorsa.

Per decenni Napoli ha rappresentato, nell’immaginario collettivo, la patria del tarocco e della contraffazione, sebbene non vi è alcun cenno, racconto o documento che indichi la nostra città come sede principale di tale mercato o, anche, pioniera del fenomeno.

Senza dubbio, per anni abbiamo prodotto un numero elevatissimo di merce contraffatta, che portava, illegittimamente, l’etichetta di brand conosciuti. Oppure, abbiamo creato stilisticamente gli stessi prodotti, ma con nomi differenti, anche abbastanza creativi, bisogna ammetterlo ( dolce&banana, mike, e via dicendo);

Ma questo è accaduto e accade, tuttora, anche in altre città.

Tuttavia, Napoli è Napoli. Un po’ terra franca, un po’ figlia di nessuno, un po’ dimenticata anche dalle poesie.

La mancanza dell’intervento statale, controbilanciato dalla forte presenza delle organizzazioni criminali e all’alto numero di indigenti, ha favorito, tra le tante cose, la proliferazione di una realtà parallela a quella produttiva: la contraffazione.

Accanto, quindi, ai maestri artigiani, alla conoscenza e al lavoro genuino, è cresciuto, nell’ombra, il mercato illegale. E quest’ultimo è andato proprio ad attingere alle nostre ricchezze, ossia alle competenze dell’artigianato, trasformandolo in grigia manodopera da scantinato.

Ancora una volta, la criminalità è entrata dalle retrovie, imponendosi sovrana. Ancora una volta si è appropriata di un terreno fertile, per intossicarlo, senza preoccuparsi del bene collettivo.

E la cosa ancor più sorprendente è l’accoglienza: sì, perché queste fabbriche di provincia che lavorano a ritmi incessanti per produrre borse di pelle, scarpe, portafogli e quant’altro, portano LAVORO. Danno da mangiare a chi soldi non ne ha. 

Per cui, il popolo ha anche ringraziato dopo essere stato, silenziosamente, assediato.

Senza parlare della totale mancanza di contratti di lavoro e di diritti dei lavoratori: il lavoro a nero è stato, per anni, un po’ la costante del mondo produttivo a Napoli, un’erba cattiva troppo difficile da estirpare ancora oggi, nonostante tutto sta cambiando e ogni cittadino sta prendendo coscienza delle nostre vere ricchezze; quelle autentiche che non hanno bisogno di “artifici” per venire fuori, ma solo di impegno e un po’ di cuore.

IL CAMBIAMENTO

Non che la camorra sia nata dall’oggi al domani, arrivando come un fiume in piena a portarsi via tutto: al contrario, ha costituito, da sempre, quel sub-strato culturale che, nell’ombra, ha agito quasi indisturbato. Con le sue trasformazioni interne, con i suoi cambiamenti circa il mercato di destinazione, con tutta la sua narrativa insomma, si è infiltrata in diversi scenari importanti, fino a vestirsi di autorevolezza e ufficialità.

Ma non è questa la sede giusta per discutere circa l’antologia della camorra e delle altre cosche criminali.

Questa è, invece, la sede del cambiamento.

Perché caro lettore compri borse false? (o hai comprato almeno una volta?)

Perché la contraffazione possiede ancora un mercato?

Cosa stiamo facendo per recuperare ciò che ci apparteneva?

Quest’ultima domanda ha, forse, una risposta ed è “molto”.

Certo, Non ancora tutto il necessario, ma quanto basta per iniziare una rivoluzione. Che sia produttiva, cultura, sociale.

Ma soprattutto, che sia collettiva.

L’artigianato del Regno di Napoli esiste ancora ed è in pieno fermento; è lo strumento che stiamo usando per comunicare la nostra ECCELLENZA, forse la prima fra tutte: la capacità di rinascere sempre.

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