L’ARTE DELLA CONCIA: LE CONCERIE CAMPANE TRA LE PIÙ FAMOSE AL MONDO

La concia è un’attività preistorica. Un’arte antica e sapiente, che nel corso dei secoli, ha vissuto numerose evoluzioni, senza mai perdere, tuttavia, la sua originaria essenza, ossia l’approccio naturale.

Il significato di “approccio naturale” lo capirai bene tra poco.

Prima, è importante capire cos’è la Concia e in che modo è diventata una delle eccellenze del nostro territorio.

Come illustra la Treccani: la Concia è l’operazione mediante la quale si trasforma la pelle degli animali in cuoio, rendendone impermeabili e im-putrescibili le fibre di cui è formato il derma della pelle stessa.

La concia, in pratica, è il trattamento che subisce la pelle proveniente dalla macellazione degli animali, per diventare un materiale  “usabile” nel settore dell’abbigliamento, degli accessori e delle calzature.

È bene ricordare che la pelle (o genuine leather) è un materiale da riciclo: per la fabbricazione dei nostri accessori e dei nostri vestiti, infatti, adoperiamo principalmente la pelle che viene dall’industria alimentare, cioè la pelle degli animali che mangiamo, e che verrebbe buttata via se non venisse usata per la produzione di capi e accessori. Per cui, in questa ottica è uno dei materiali più sostenibili del pianeta.

È difficile individuare la nascita dell’impresa conciaria in Campania, precisamente nel distretto di Solofra, uno dei più importanti del mondo. Qualcuno fa risalire le attività conciarie all’epoca sannita (VII sec, A.C.), per cui ancor prima della dominazione romana.

Ma, senza dubbio, l’attività conciaria esisteva prima del 79 d.c., anno dell’eruzione Pliniana, grazie alle tracce ritrovate negli scavi di Pompei.

Del resto, l’arte della concia risale all’uomo primitivo, il quale iniziò ad usare le pelli animali per proteggersi dal freddo e dalle intemperie. Se al principio venivano usate senza alcun trattamento, dopo poco i primi uomini si resero conto che grazie all’essiccazione la pelle poteva durare più a lungo, poiché si sarebbe arrestato il processo di decomposizione.

Ma l’essiccazione, da sola, rendeva la pelle dura e difficile da indossare. Così furono aggiunte altre tecniche: la pelle essiccata veniva immersa nell’acqua, assieme alla corteccia, le foglie e le bacche. Cioè veniva usato il grasso vegetale (o animale) per ammorbidire la pelle.

In sostanza, fu inventata la CONCIA AL VEGETALE, in modo del tutto inconsapevole.

Accanto a questa, ci furono anche le prime CONCE MINERALI, grazie all’utilizzo dell’allume, un minerale molto presente nelle zone vulcaniche.

Ebbene, questi due tipi di conce sono quelle che oggi ci consentono di mantenere alto il valore della sostenibilità ambientale, uno dei capisaldi della nostra industria conciaria.

Il distretto campano di Solofra è tra i più attivi, in Italia, circa le politiche di eco-sostenibilità, grazie alle storiche conoscenze settoriali e ad un ambiente molto favorevole alla concia al vegetale: la massiccia presenza di acqua e di boschi di castagno, da cui si estrae il tannino, permettono al comparto irpino di lavorare secondo i ritmi della natura.

Sono circa 155 le imprese a Solofra che si occupano di attività conciarie, in un’area geografica di 115 km quadrati: oltre al Comune da cui prende il nome il distretto, ne fanno parte Montoro Inferiore, Montoro Superiore e Serino. Se aggiungiamo anche le imprese collaterali, come i terzisti e confezionisti, arriviamo a 400 aziende in totale.

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Solofra è uno dei tre distretti più importanti del Paese, assieme a quello veneto (Arzignano) e a quello toscano (Santa Croce sull’Arno).

Ma non si tratta di aziende in competizione: ognuno di questi grandi distretti è specializzato in settori differenti. E lo spiega bene Ciro Bruno, responsabile UNIC Campania (Unione Nazionale Industria Conciaria), in un’intervista per LaRedazione.eu:

“Ogni realtà produttiva lavora una tipologia di prodotto diversa. Nel Veneto si trasformano pelli bovine dedicate all’arredamento e alle automotive; in Toscana la pelle bovina viene lavorata per il cuoio da suola, pelletteria e calzature, mentre in Campania vengono trasformate pelli ovine e caprine destinate al mercato dell’abbigliamento, calzatura e pelletteria.”

La produzione italiana rappresenta il 22% di quella mondiale e il 65% di quella europea.

Solo il comparto conciario di Solofra, comprese le aziende collaterali, raggiungono un fatturato annuo di 1.500 milioni di euro (fonte: I distretti campani -Regione Campania).

Entrate che provengono, soprattutto, dalle esportazioni e dalla richiesta da parte dei marchi che si collocano nella fascia medio – alta del mercato. Le pelli di Solofra sono una storica garanzia di qualità. E tutto il mondo ne è a conoscenza. O, per lo meno, gli addetti ai lavori.

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Le nostre concerie si distinguono notevolmente per la direzione eco-compatibile visto la grande competenza della concia vegetale e minerale: chi sceglie il distretto di Solofra è interessato ad avere un prodotto trattato adeguatamente, e dal bassissimo impatto ambientale. Inoltre, anche l’uso di acqua sta via via diventando minore per evitare gli sprechi oltre che eliminare gli agenti inquinanti.

Sì perché, oltre la concia vegetale esiste quella sintetica, più economica e anche più diffusa, come ad esempio la concia al cromo.

La concia vegetale e quella minerale sono le più antiche, quindi quelle più processate e lente.

…E la lentezza non è forse un valore?

I nostri maestri, dunque, sono specializzati nelle metodologie storiche. Quelle che scelgono la natura.

Ma in Campania, oltre Solofra, esiste un’altra area dedicata all’industria conciaria: il comparto di Grumo Nevano – Aversa, che comprende i comuni a ridosso del confine tra Napoli e Caserta: Casavatore, Casoria , Frattamaggiore, Grumo Nevano, Melito di Napoli, Sant’Antimo, Aversa, Cesa, Lusciano, Orta di Atella, Parete, San Marcellino, San Tammaro, Sant’ Arpino, Succivo, Teverola, Trentola, Ducenta,Villa di Briano, dal 2007 anche Carinaro e Gricignano.

Tale comparto, però, si dedica per lo più alle calzature, un tipo di artigianato che durante il ‘900 ha preso piede in quell’area. Per cui, i numerosi calzaturifici sono entrati in simbiosi con le aziende conciarie che lavorano la pelle dedicate alle scarpe.

La lavorazione conciaria, così come la Pelletteria e l’attività Calzaturiera appartengono alla nostra Storia e più che mai al nostro presente. L’indotto economico di questa industria è indispensabile per la nostra economia.

Ma pare che nessuno dia veramente importanza alle nostre realtà produttive, le quali fanno notizia solo quando ai telegiornali si parla di appalti, evasione e infiltrazione camorristica.

Sì perchè, a quanto pare, le briciole hanno più sostanza del pane stesso, quando si tratta di… fame di scoop.

Le concerie campane sono famose in tutto il mondo e permettono ai brand del lusso di esibire pelli di qualità, lavorate con maestria e competenza.

Ma, come ogni arte del passato, anche nelle aziende conciarie si sente la mancanza di una manodopera specializzata. Perché?

Beh perché sono sempre più pochi i giovani che si avvicinano a questo lavoro.

Anni fa, il distretto di Solofra riusciva a dare lavoro a gran parte del circondario irpino, sebbene le richieste di occupazione fossero molte. Adesso vi è, al contrario, una carenza di domanda. Come per la pelletteria e i calzaturifici, manca la Formazione e la manodopera competente.

Si tratta di tecniche delicate e precise che hanno bisogno di un lasso di tempo lungo per essere assorbite: per esempio, per una buona tintura ci vogliono 5 anni di apprendimento.

E forse non è l’epoca dell’attesa. Ma piuttosto della velocità e del desiderio a breve termine.

Ma è solo questo?

No, certamente.

I nostri giovani non sono appassionati al nostro artigianato perché non sono coinvolti.

Nessuno parla loro della nostra grande industria conciaria e di Solofra, che ha lavorato quella pelle destinata al giubbotto rosso indossato da Micheal Jackson nel video “Thriller”.

Nessuno racconta loro la storia di Kiton, una delle sartorie napoletane più conosciute al mondo, nata da un venditore ambulante che vendeva stoffe a Piazza Mercato.

Nessuno racconta loro che le borse Made in Italy dei brand più famosi al mondo si fanno a Napoli, in quelle strade di periferia che ben sanno raccontare le storie. Storie di grandi uomini, di donne coraggiose e di aziende oneste.

Io sono stata fortunata, perché sono cresciuta con il cuore e gli occhi nella Pelletteria Napoletana. Sono cresciuta in fabbrica e ho sentito molte storie dalle bocche dei nostri maestri artigiani: i racconti sui guantai del centro storico, sugli ombrelli fatti a mano nei Quartieri Spagnoli, sulle sete pregiate lavorate dalle nostre donne e destinate alle corti parigine.

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Ancora oggi porto avanti l’azienda di famiglia e mi occupo di produzione conto terzi di Borse di Pelle. Il Made in Italy è il mio lavoro; le borse sono la mia passione.

Ma ho anche un sogno: immagino che la nostra Produzione e le nostre Eccellenze abbiano il successo e l’importanza che meritano.

Perché nessuno parla della Pelletteria napoletana?

Perché nessuno spiega il valore storico della nostra sartoria?

Perché nelle scuole non si studia la forza economica del distretto di Solofra?

Probabilmente perché non siamo pronti a vedere il bello. Siamo abituati ai problemi, ai lamenti, ai disastri.

Non sappiamo dove andare perché non capiamo da Dove Partire.

Ma è chiaro, invece, il punto di partenza:

  • Iniziare dalle Radici
  • consolidare le Eccellenze
  • Fortificare la collaborazione tra i produttori
  • Educare e Formare i giovani
  • Imparare a parlare con le Istituzioni, in modo costruttivo

Nel mio piccolo, ogni giorno, cerco di fare sempre un passo in più, sforzandomi di essere Chi vorrei: cerco con gli strumenti che ho a disposizione di informarti sulla Produzione, di aprire le finestre sulle Eccellenze, di raccontare le Storie dei marchi autentici e onesti.

E tu puoi aiutarmi!

Iniziamo a “condividere” il buono che ci rappresenta e che potrà renderci forti: condividi questo articolo – cerca di leggerne altri – vai sul mio canale youtube e cerca, tra i i video pubblicati, quello che più ti interessa.

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FONTI EDITORIALI:

UNIC: la straordinaria storia della conceria italiana

Franca Pirolo, “L’industria conciaria italiana tra tradizione e innovazione.

I Distretti Campani – calzature, pelletterie, abbigliamento

Sostenibilità ambientale ed etica, la sfida del polo conciario di Solofra

 

 

2 pensieri riguardo “L’ARTE DELLA CONCIA: LE CONCERIE CAMPANE TRA LE PIÙ FAMOSE AL MONDO

  • 14/04/2020 in 8:31
    Permalink

    Vorrei invitarti a visitare il distretto di Solofra, ti informo che insieme alla sperimentale pelli abbiamo costituito il contratto di rete della filiera della pelle in Campania, basata sulla ecosostenibilita’proprio per valorizzare il meglio della filiera pelle. Ti seguo da un po di tempo, sei in gamba, mi farebbe piacere farti aderire a questo progetto. La ripresa sarà difficile, ma c’è la faremo.

    Risposta
    • 15/04/2020 in 16:46
      Permalink

      Ciao onorata e sono a disposizione per qualunque informazione o supporto.
      Grazie di avermi pensata <3

      Risposta

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