The Bridge: storia del brand e recensione alla mia borsa da lavoro

Potremmo dire che The Bridge è un marchio che si fonda sulle persone.

In un sistema fortemente centralizzato sulla tecnologia, il cuore pulsante di alcuni settori sono (ancora) le mani e la preziosità del lavoro artigianale.

È questo che mi comunica The Bridge, il marchio Made in Italy che ha segnato più di cinquant’anni della pelletteria italiana.

Conosceremo il brand tramite la mia nuovissima borsa da lavoro The Bridge, l’ultima entrata nella mia collezione. Non vedo l’ora di esplorarla insieme a te!

La mia nuova borsa è come pensavo? Riesce a parlarmi dell’eccellenza del marchio?

Le risposte arrivano tra pochissimo.

Ma ti anticipo che non sarà tutto rose e fiori!

The Bridge è un marchio singolare per molti motivi: non solo ha creato una tonalità di cuoio che oggi è diventata simbolo di un evergreen riconoscibile; non solo è stato capace di passeggiare accanto a tutte le generazioni, grazie alla sua proposta retrò e densa di stile; ma ha dimostrato molto coraggio e caparbia, reinventandosi sotto l’acquisizione di Piquadro, il marchio di Palmieri che nel 2016 ha comprato l’80% di The Bridge, comprese le cifre in rosso.

È fondamentale conoscere le storie.

Soprattutto quelle che riguardano i prodotti che scegliamo di comprare. Non lo pensi anche tu?

Per questo motivo, ho scelto di dedicare parte del mio blog ai marchi che acquisto e alle storie che ci sono dietro.

Un brand senza storia è come una persona priva di identità, gioie, ferite.

Le storie sono il punto di partenza delle mie recensioni. Non prendo soldi per parlare delle borse che compro, né accetto regali da alcun brand.

Perché?

Perché questo è un luogo libero. E qui intendo parlare liberamente.

Delle mie borse, delle mie opinioni e della mia lotta.

Di quale lotta parlo, dici?

Di quella al mercato della contraffazione.

Da sempre mi batto contro le borse false e contro la mercificazione dei prodotti illegali. Perché si tratta di produzioni gestite dai clan criminali, ossia di zone d’ombra che hanno affossato la nostra economia.

E si tratta di traffici che, negli anni, hanno sedotto la nostra manodopera migliore, finendo per sfruttarla.

Io sono un pezzo della pelletteria italiana e il mio sogno è proteggerla.

Produco borse di pelle nel cuore di Napoli, seguendo la tradizione del nostro artigianato. E una mattina ho scelto di non stare più zitta.

Di raccontare il marcio dietro la produzione, i retroscena più nascosti e la piaga sociale della contraffazione.

the bridge
La mia azienda

Ed eccomi qui, non più sola.

Dopo alcuni anni, abbiamo messo in piedi una rete forte e sicura. E questo mi commuove ogni giorno di più!

Adesso, tuffiamoci nella storia The Bridge, una bellissima storia italiana!

The Bridge: un “ponte” che ha unito le generazioni…

Nel 1969 cinque artigiani della pelletteria fiorentina decidono di mettersi in proprio, aprendo un laboratorio a Scandicci.

A quei tempi, l’artigiano faceva tutto.

Inventava, abbozzava, produceva. Non esistevano gli uffici stile nelle piccole aziende di pelletteria, né gli stilisti che si occupavano del disegno.

Fiorenza Benvenuti, una dei cinque soci, racconta così a La Repubblica il processo creativo:

“(…) Io giravo a Firenze e a Roma, guardavo le vetrine, osservavo la gente e quando vedevo dettagli interessanti li annotavo e poi in laboratorio li realizzavamo. Insomma, si faceva tutto in casa (…)”.

Anche il colore del cuoio fu scelto in modo molto pragmatico: gli artigiani de La Ponte Pelletteria s.p.a., il primo nome del marchio, andarono alla conceria con una bottiglia di cognac, mostrando il colore a chi si occupava della tintura.

Il colore che cercavano per il cuoio da lavorare era proprio quella tonalità del cognac, ancora oggi molto usata.

Lo stile era quello british degli anni ’70, dolcemente retrò e simbolo del globetrotter, cosmopolita e vicino alla natura. Uno stile che rimarrà scolpito nelle borse e negli accessori The Bridge, arrivando con successo nelle mani dei nostri hipster, appassionati di vintage dressing e di sostenibilità.

Nel 1975 l’azienda prende il nome di The Bridge, sposando un tono più internazionale.

Il Ponte è un riferimento fisico al ponte che si trova nei pressi del laboratorio The bridge, visibile dall’azienda.

Nel 1987 The bridge diventerà una vera e propria realtà industriale, senza lasciare mai indietro il lavoro artigianale, che rappresenta le fondamenta della sua filosofia. Gli anni ’90 furono quelli segnati dal successo, grazie alle borse e agli accessori The Bridge che dominavano la scena in diversi ambienti, dalle università agli uffici, fino ai viaggi di lavoro.

Il materiale di punta del brand è sempre stato il cuoio, selezionato e di alta qualità.

La pelle classica, proveniente dall’Europa, con il passar degli anni, è stata lavorata con tecnologie innovative, come il washed&ruined e il distressed, che conferiscono più fascino e valore al prodotto finale, tramite l’usura naturale della pelle prodotta nella fase di concia.

La cura per la lavorazione è massima, così come il lavoro manuale che si porta avanti da oltre cinquant’anni.

Con il passare degli anni, dal 2000 in poi, la celebrità è rimasta invariata, ma le vendite no.

The Bridge ha infatti vissuto un periodo di crisi economica, fino all’acquisizione da parte di Piquadro, avvenuta nel 2016.

La grande azienda di Marco Palmieri ha comprato l’80% delle quote The Bridge, facendosi carico di tutti i debiti della società. Tuttavia, è stata garantita la massima autonomia al marchio fiorentino, che ha mantenuto tutti i dipendenti, le sedi produttive e il quartier generale di  Scandicci.

Già nei primi mesi di nuova vita, al principio del 2017, le vendite registrarono un grande balzo in avanti e The bridge si avviò verso nuove assunzioni.

Un’ondata di giovani artigiani arriveranno ad imparare dai maestri, portando avanti la fede del fatto a mano.

In una sola mossa, Piquadro ha portato a casa due traguardi: ha salvato un pezzo storico del Made in Italy e ha trasformato un valoroso concorrente in un grande alleato. A mio parere è stata una mossa geniale!

Attualmente, The Bridge conta 1300 punti vendita in tutto il mondo, con circa 25 negozi monomarca.

Piquadro, nel frattempo, ha intrapreso la strada del reshoring, cercando di riportare la produzione in Italia, dal momento che finora era concentrata all’estero.

La mia speranza è quella di vedere i nostri marchi più autorevoli tornare al Made in Italy, perché la nostra eccellenza ha proprio bisogno di questo.

Non solo le nostre aziende di punta, ma anche molti marchi emergenti stanno puntando al messaggio della manifattura italiana, perché è sempre stato un simbolo di alta qualità in tutto il mondo.

A questo proposito, sarebbe necessario creare anche poli di formazione innovativi, in cui i nostri giovani potrebbero apprendere tutti gli standard e la creatività della nostra manodopera storica. Una scuola di pelletteria, ad esempio, potrebbe valorizzare moltissimo i comparti produttivi del sud, unendo l’iniziativa privata a quella istituzionale. Si tratta di un processo indispensabile per una rinascita sociale ed economica.

The Bridge, ancora oggi, resta un accessorio-simbolo nell’ambito lavorativo, con le borse da lavoro che incarnano perfettamente lo stile e l’identità del professionista a tutto tondo, con preferenze classiche, oppure del giovane free-lance innamorato dello stile retrò e del profumo della concia al vegetale.

Per capire meglio di cosa sto parlando, andiamo a vedere da vicino la mia borsa The Bridge e la sua lavorazione.

The Bridge: ecco il modello che ho scelto!

the bridge

 

La linea che ho scelto è quella nata dall’estro creativo di Pininfarina, grazie all’esclusiva collaborazione tra i due brand.

Sia la linea Legacy, che si rifà al modello classico della selleria toscana, sia quella Tech, più tecnologica in pelle e tessuto, conservano una formula ibrida particolare: la tradizione pellettiera del Made in Italy si incastra con il design innovativo di Pininfarina, già famoso per le sue celebri automobili.

Ho scelto una borsa da lavoro unisex, in cuoio e tracolla in tessuto, con fodera interna blu e accessori in canna di fucile. L’ho pagata circa 800, 00 euro.

Dal momento che non stiamo parlando di cifre molto accessibili, si tratta di una borsa adatta a chi ha le idee chiare:

  • Una borsa da usare per lavoro, se sei un professionista o una professionista alla ricerca di un prodotto che duri nel tempo, dallo stile classico.
  • Una borsa adatta a chi viaggia spesso, sia per affari personali che per lavoro.
  • Una borsa da regalare ad un amico o un parente appena laureato, oppure già entrato nel mondo professionale e amante del mood retrò, o semplicemente senza tempo.

Per quanto mi riguarda, oltre ad essere amante e collezionista di borse, sono una lavoratrice molto attiva, quando i tempi lo permettono; mi sposto spesso per lavoro, girando soprattutto i vari distretti italiani della pelletteria, oltre che le fiere di settore. Le adoro!

Per cui, la borsa che ho comprato è perfetta per le mie esigenze.

Vediamo i dettagli:

  • Ho scelto la mia borsa per due motivi principali: il tipo di pelle, che oltre al profumo pazzesco, ha una bellissima resa estetica; e il colore, perfettamente abbinabile ad ogni tipo di outfit.
  • La borsa è caratterizzata da molte lavorazioni, sia per quanto riguarda il montaggio che gli altri aspetti più “visibili” come la tintura e le cuciture: per cui, si tratta di un prodotto molto strutturato.
  • Montaggio: studio bene la borsa, e noto che alcuni dettagli non sono stati curati; uno in particolare riguarda le fasce di pelle cucite sui due lati della borsa. Non sono centrate, quindi non mantengono le stesse distanze dai bordi della borsa.

the bridge

  • Cuciture: in questo caso, le cuciture diventano veri accessori della borsa, perché molto presenti e marcate. Tuttavia, in alcuni punti, noto che i volumi delle cuciture non sono rispettati, creando dei difetti. Ma nel complesso, non sono affatto male!
  • Tintura: la borsa è tinta sulle maniglie e in altri punti; mi aspettavo di più dalla resa della tintura, che in certi punti appare abbastanza approssimativa.
  • All’interno, la mia borsa ha una fodera blu e forse avrei scelto un altro colore; trovo molti scomparti utili, diverse tasche e uno spazio ad hoc per il portatile: molto funzionale! Inoltre, la mia borsa possiede un sistema che l’aggancia al trolley, in caso di viaggio.
  • Gli accessori, in canna di fucile, mi piacciono molto. Bisogna vedere, nel tempo, se riusciranno a mantenere la loro lucentezza. Purtroppo, in alcuni casi, gli accessori sono quelli a danneggiarsi prima di ogni cosa. Ma ti farò sapere com’è andata.

Lo stile della mia borsa è quello iconico The Bridge, classico e fuori gli schemi della moda; senza dubbio, se stessi cercando qualcosa di trendy e carino, non potrei fare questa scelta.

Questo tipo di borse da lavoro hanno il “difetto” di essere totalmente maschili, sebbene spacciate per unisex. Di femminile non trovo assolutamente nulla, e credo che questo rappresenti un limite, nell’ambito della proposta delle borse professionali.

Ovviamente, mi riferisco ai marchi più autorevoli, visto che scendendo di fascia, possiamo trovare molte alternative.

Per cui, mi chiedo, perché non creare qualcosa di femminile anche nelle scene della pelletteria tradizionale? Del resto, uno dei punti di forza del Made in Italy è proprio la capacità di rinforzarsi di nuovo, senza troppe fatiche.

La mia borsa The Bridge, dunque, è promossa, anche se mi aspettavo qualcosa in più nella cura delle rifiniture.

I dettagli sono stati lasciati un po’ al caso, anche se siamo di fronte ad una grande lavorazione artigianale.

In effetti, rispetto al prezzo della mia borsa, mi aspetto qualcosa che si avvicini alla perfezione!

Sei d’accordo con me?

Scrivi qui sotto e fammi sapere cosa ne pensi!

Voti (0/5)

Cuciture 5
Tintura 2 1/2
Rifiniture 3 1/2
Rapporto qualità/prezzo 4

Guarda il video della mia recensione alla borsa The Bridge!

Consigliami un’altra borsa da raccontare! Scrivi qui sotto!

Grazie per il tempo che mi hai dedicato.

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